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    Il Cenone Infinito: Vigilia di Natale a Napoli – Foodmakers.it

    By RedazioneDecember 24, 2025
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    La quiete prima della Tempesta Culinaria

    Se c’è un giorno che a Napoli regna sovrano su tutti gli altri, è il 24 dicembre. Non è un giorno qualunque, è la regina delle feste, una giornata lunghissima che sembra contenere un intero anno di attese, profumi e fatiche. A casa mia, fin dalle prime luci dell’alba, l’aria è già satura. Non è solo l’odore del caffè che sale dalla moka, ma un presagio più denso, un misto di aglio che sfrigola, di agrumi e di mare. È la quiete prima della tempesta, un silenzio operoso rotto solo dal tintinnare ritmico dei coltelli sul tagliere. La matriarca di casa, mia madre, si muove in cucina con la concentrazione di un generale prima della battaglia decisiva. La Vigilia è il suo capolavoro, e noi siamo le sue truppe, pronte a un’epica disfatta calorica.

    Il Grande Inganno: Il “Digiuno” del Pranzo

    La giornata, come da tradizione, inizia con la più infame delle bugie. Verso mezzogiorno, mia madre, asciugandosi le mani sul grembiule, proclama con serietà pontificia: «A pranzo, quest’anno, facciamo il digiuno. Dobbiamo mantenerci leggeri per stasera». È un copione che conosciamo a memoria, una farsa a cui partecipiamo con finta ingenuità, annuendo solennemente. Peccato che il suo concetto di “digiuno” assomigli più al banchetto di nozze di qualcun altro. Mia madre non lo sa, ma Ippolito Cavalcantiil duca-cuoco del 1800, nel suo manuale di cucina avrebbe riconosciuto questo “antipasto” come un banchetto in piena regola.

    Ecco, nel dettaglio, il menù del nostro “digiuno”:

    • Pizza ripiena di scarola: Un capolavoro rustico farcito con scarola saltata, alici salate che si sciolgono in bocca, uva passa, pinoli tostati e olive nere di Gaeta. Una fetta tira l’altra, per “devozione”.
    • Pizzette fritte di alghe: Descritte come il risultato inevitabile dell’impasto avanzato che “sembrava brutto buttare”. In realtà, sono una trappola dorata e fragrante, ripiena di alghe che il pescivendolo di fiducia le regala ogni anno.
    • Un assaggio di baccalà fritto: Questo è un passaggio tecnico, quasi scientifico. Servire, a suo dire, “giusto per sondarne la salinità” in vista della frittura serale. Il test richiede ovviamente molteplici campioni.
    • La classica ragazzo: Un tagliere che trabocca di ogni salume conosciuto dall’umanità. Ognuno di noi negherà di avere anche solo guardato, per rispetto della tradizione cristiana che vieta il consumo di carne. Eppure, le fette scompaiono con una velocità misteriosa.
    • Il Casatiello di Pasqua: Fette spesse del tipico rustico, avanzato ad aprile e conservato nel famoso pozzetto congelatore che, nelle case napoletane, non manca mai. Una resurrezione culinaria fuori stagione.
    • Le famose ciocciola: Quintali di frutta secca che durante le feste sembrano letteralmente sgorgare dal pavimento. Noci, mandorle, fichi secchi che vengono sgranocchiati a ciclo continuo, “per tenere allenata la mandibola”.

    Questo pranzo non è un pasto. È un test, una prova generale con cui la padrona di casa misura la nostra resistenza, affina le sue strategie e si prepara alla grande offensiva della cena.

    Il Rito del pomeriggio: Lo scambio degli Auguri

    Il pomeriggio è dedicato al pellegrinaggio. I parenti che non saranno nostri ospiti a cena scelgono strategicamente l’ora della siesta per passare a fare gli auguri. Si innesca così un rituale che chiamo “libero scambio”: loro arrivano con una stella di Natale sotto braccio, e in cambio ricevono una “degustazione” completa di quello che abbiamo preparato per il cenone. Verso le 17:00, dopo il decimo cugino e la quinta zia, ho già lo stomaco sazio di tutti i piatti della tradizione e ho ingerito una quantità di alcol racconto da far impallidire un operaio irlandese durante l’happy hour.

    Ore 18:00: Inizia la Maratona

    Alle diciotto in punto, senza un minuto di ritardo, si va in scena. L’aria è talmente satura che il tanfo di fritto ti accoglie già a un chilometro da casa, alimentando il senso di colpa per quella mezza cassata che hai divorato per “completare” il pranzo frugale. Mia madre ci accoglie sulla porta con la seconda, inevitabile bugia della giornata, recitata con la massima serietà:

    «Uè, ma mica a pranzo avete mangiato?» E tu, con un’esalazione di Fiano di Avellino che porta a galla il sapore intenso del baccalà, hai il coraggio di esclamare: «Solo una fetta di pizza con la scarola».

    Questa pantomima segna il punto di non ritorno. Inizia la sfida all’ultimo sangue, una batteria di antipasti da Guinness dei primati. Non è la fama a guidarci, ma una condizione psicologica ben nota: la sindrome da buffet. Il cervello va in cortocircuito, la sazietà è un concetto astratto e potresti mangiare fino a scoppiare.

    Il Paradosso della Pasta: L’”Assaggio”

    Quando la tavola viene sgombrata per fare spazio ai primi, si raggiunge l’apice della falsità umana. Mia madre, con una cattiveria che rasenta il sadismo, annuncia: «Come primo ho fatto solo un assaggio di spaghetti con le vongole e una manciata di risotto alla pescatora… sennò il secondo non ve lo mangiate». La minaccia è velata ma chiarissima.

    Il piatto forte, immutato e immutabile nel tempo, sono gli Spaghetti con le vongole. Dicono che fu un re, Ferdinando IV di Borbone, a sdoganare questo piatto. Evidentemente anche lui sapeva che la parola “assaggio” a Napoli è solo un concetto teorico. Ovviamente, le porzioni di entrambi i primi non hanno nulla a che vedere con la parola “assaggio”. Sono montagne di pasta e riso avvolte in sughi profumati, dove l’unico dilemma che divide le famiglie da secoli è se preparare gli spaghetti in bianco, puri e semplici, o “macchiati” con qualche pomodoro per dare colore.

    La seconda onda: Simbolismo e Avvertimenti

    Nei secondi, la logistica cambia. La padrona di casa ha smesso di impiattare. Ora gira tra i tavoli con i “ruoti” – le teglie roventi – e ti serve il cibo direttamente nella gola. In questo caos, alcuni piatti spiccano, carichi di un significato che va oltre il sapore. Sono pietanze che vengono solo cucinate e mai consumate, tenute in bella mostra come fosse un avvertimento per tutti gli ospiti: mangia tutto quello che arriva a tavola, altrimenti faccio entrare le riserve.

    1. Il Capitone Fritto: Mentre lo vedo sfrigolare, non posso fare a meno di pensare al suo simbolismo. Con quella sua forma sinistra, il capitone è la rappresentazione del serpente biblico, il simbolo del male. Ucciderlo e mangiarlo proprio nella notte in cui nasce Gesù è un rito potente: un modo per esorcizzare le paure e sconfiggere figurativamente il Diavolo. Penso all’ironia della sorte: fu un imperatore, Federico II di Svevia, a introdurlo come pesce economico per il popolo. Un piatto povero, ascensore a esorcismo contro Satana.
    2. L’Insalata di Rinforzo e Broccoli di Natale: Questi contorni sono gli altri grandi “avvertimenti”. Vengono sempre preparati, ma rimangono lì, intatti. Ho sempre pensato che il nome “di rinforzo” derivasse dal fatto che venisse “rinforzata” con nuovi ingredienti. La verità è più affascinante: in origine, questa insalata serviva a “rinforzare” una cena di magro altrimenti considerata troppo leggera. E mia madre la prepara “per devozione”, senza sapere che in realtà sta portando in tavola un omaggio a Diana e Pomona, dee di un’antica festa romana. Il sacro e il profano, a Napoli, si siedono sempre allo stesso tavolo.

    Le Prove Finali: Noci, Dolci e Allucinazioni

    Dopo ore di masticazione ininterrotta, arriva il momento de ‘o spassatiemp’la frutta secca. E con essa, parte la lotta all’oggetto più ambito della serata: l’unico schiaccianoci disponibile per trenta persone. È una battaglia senza esclusione di colpi per la conquista di quell’aggettivo infernale.

    Quando finalmente arriva il turno dei dolci, il mio fegato inizia a inviare segnali di resa sotto forma di violente allucinazioni:

    • Gli Struffoli: Minuscole palline di pasta fritte, avvolte nel miele caldo e decorate con confettini colorati, i diavulilli. Li chiamano struffoli, mi viene in mente, da una parola greca, stróngylosche significa “di forma tondeggante”. Dopo sette ore a tavola, l’unica cosa veramente rotonda qui è la mia pancia. Nella mia mente provata, si trasformano lentamente nella corona di spina dorsale di Gesù.
    • La Pastiera: Immancabile, risorta anche lei dal pozzetto congelatore dove riposava da Pasqua. Sembra animarsi e iniziare a girare vorticosamente, come una girandola ipnotica che minaccia di risucchiarmi.
    • Roccocò e Mustacciuoli: Duri come pietre, ma obbligatorio per completare il quadro. E mentre combatto con un roccocò che minaccia la mia dentiera, penso che dovrei ringraziare le monache di clausura che, secoli fa, hanno inventato la maggior parte di questi attenti alla glicemia. Loro pregavano, e noi oggi facciamo penitenza a tavola.

    Il colpo di grazia e la Magia del Natale

    Quando pensi di avercela fatta, mia madre gioca la sua carta finale: gli ammazza-caffè. Liquori e distillati di sua produzione, talmente forti da poter essere inoculati direttamente endovena. È il colpo di grazia. Il mio organismo ha ufficialmente smesso di intendere e di volere.

    È in questo momento che mia moglie ha l’ardire di ricordarmi che tra poco dovremo andare alla messa di mezzanotte. Inizio a recitare a memoria i vangeli apocrifi per negare l’esistenza di Dio, ma a quel punto entra in gioco mio figlio di sei anni. Mi si avvicina, mi prende la mano e mi implora di accompagnarlo, perché altrimenti “Babbo Natale non arriverà”.

    Ed è lì, in quel gesto, che si manifesta tutta la magica forza del Natale. Potrei alzarmi e gridargli che quel ciccione vestito di rosso non esiste. Invece, come ogni anno, reprimo un rigurgito di polpo all’insalata e affermo stoico: «Certo, amore mio, che vi accompagno, papà si prende un attimo il caffè e poi scendiamo».

    Perché la cena più lunga dell’anno non può finire senza un buon caffè napoletano. È lui, alla fine, a rimettere tutto in ordine, a incarnare quella forza inspiegabile che ci fa superare tutto questo. Ed è, ancora una volta, Natale.

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