Il cibo di strada partenopeo non è solo una lista di pietanze da spuntare: è un ecosistema complesso dove ricette secolari, nate dalla povertà e dall’ingegno, si scontrano oggi con le dinamiche del turismo di massa. Analisi di un patrimonio culturale tra autenticità e rischi di mercato.
Immaginate di camminare per i vicoli di Napoli all’inizio del Novecento. Fa freddo, e tra la nebbia si scorge un carrettino fumante. Non vende hot dog o hamburger, ma una “tazza di tè marino”: è il brodo di polpo, servito bollente per pochi spiccioli a spazzini e avvocati, uniti dallo stesso bisogno di calore . Oggi, quella stessa strada è probabilmente affollata da turisti in fila per una pizza a portafoglio o una frittatina. Se Napoli è indiscutibilmente la regina tessuto dello street food italiano, il suo gastronomico sta vivendo una trasformazione profonda, sospesa tra la tutela di tradizioni antichissime e il fenomeno globale della “foodification” che rischia di trasformare la città in un brand di consumo veloce.
I pilastri intoccabili: Quando la “Miseria” diventa Culto
La gastronomia napoletana da passeggio non nasce per moda, ma per necessità. È figlia di una città vivissima e povera, dove l’arte di arrangiarsi ha generato capolavori culinari basati sul recupero e sul non sprecare nulla.

La Pizza a Portafoglio: Il Delivery Ante-Litteram
Spesso considerata la “sorellina minore” della classica tonda, la pizza a portafoglio (oa libretto) è l’emblema del cibo da strada. Contrariamente a quanto si pensa, la sua versione attuale non è antichissima, ma le sue radici affondano nella vendita ambulante descritta da Matilde Serao nel Ventre di Napoli: pizze vendute a fette o “a un soldo” dai garzoni direttamente in strada o nelle case, un vero e proprio delivery ante-litteram.
La svolta pop arriva negli anni ’90, complice il G7 e la celebre foto di Bill Clinton che la addenta in via dei Tribunali. Ma la vera differenza tecnica, come spiegano i maestri pizzaioli, sta nella lavorazione: spesso si utilizza l’impasto avanzato, garantendo una maturazione più lunga che conferisce maggiore leggerezza e acidità.
L’Oro di Napoli: La Pizza Fritta e il Cuoppo
Se la pizza al forno richiedeva un locale, la pizza fritta era la soluzione del dopoguerra per chi non aveva nulla. Le mogli dei pizzaioli friggevano l’impasto fuori dai “bassi” per arrotondare, vendendole “a ogge a otto” (mangia oggi e paga tra otto giorni), come immortalato da Sofia Loren ne L’Oro di Napoli.
Accanto a lei, il cuoppo rappresenta il principe del fritto: un cono di carta paglia che asciuga l’olio in eccesso e raccoglie “zeppolelle”, scagliuozzi di polenta e, nella versione di mare, il pescato di paranza. È un surplus calorico che racconta l’abbondanza come risposta alla privazione storica.
Il “Quinto Quarto” ei Sapori per Palati Forti
Mentre la pizza conquista il mondo, esiste una Napoli verace che resiste nelle frattaglie e nei sapori forti, spesso relegata ai margini dei tour turistici più patinati ma centrale per l’identità cittadina.
‘O Pere e ‘o Musso: L’Arte del Non Sprecare
Il nome significa letteralmente “il piede e il muso”. È un piatto freddo, nato dall’esigenza di non buttare via nulla: il piede è quello del maiale, mentre il muso è del vitello. Questi tagli poveri vengono depilati, bolliti, raffreddati e serviti con sale e limone, talvolta accompagnati da lupini e olive. È un cibo che richiede una “pulizia quasi asettica” da parte dei venditori storici, come quelli della Pignasecca, per garantire la qualità di un prodotto delicatissimo.
‘O Broro ‘e Purpo
Meno diffuso di un tempo, il brodo di polpo resiste in pochi chioschi storici, come quelli di Porta Capuana. Definito dallo scrittore Giuseppe Marotta “tè marino” per il suo sapore di scoglio e sirene, è una zuppa piccante e pepata, servita in tazza con una “ranfetella” (tentacolo). È un esempio lampante di come la tradizione vari di famiglia in famiglia: non esiste una ricetta univoca, ma ogni chiosco custodisce il segreto della propria cottura e della “piccantezza”.
Oltre la Cartolina: La Foodification e il Rischio del “Brand”
L’esplosione turistica di Napoli ha portato indubbi benefici economici, ma ha anche innescato processi complessi che preoccupano residenti e operatori del settore.
La Città come Prodotto di Consumo
Il fenomeno della foodificazione sta modificando la morfologia urbana. Attività storiche come librerie o ferramenta chiudono per lasciare spazio a friggitorie e bar, creando una monocultura commerciale. Come sottolineare alcuni ristoratori storiciil rischio è che la città diventi un “brand” da vendere come un paio di pantaloni, perdendo la sua funzione abitativa e sociale.
La domanda turistica massificata spinge verso una standardizzazione dell’offerta: piatti complessi come la carne alla pizzaiola spariscono dai menu per far posto a versioni semplificate e “instagrammabili” della pasta e patate o della pizza a portafoglio, spesso consumate in fretta senza una reale comprensione della cultura che le ha generate.
Nuove Tendenze: Tra Marketing e Innovazione
Non tutto il cambiamento è negativo. Nuovi format imprenditoriali stanno emergendo, combinando tradizione e marketing moderno. È il caso di progetti come Puokche ha trasformato la “marenna” (il panino tradizionale) in un prodotto cult o delle pasticcerie che hanno inventato nuovi dolci iconici come il “Fiocco di Neve“, diventato in pochi anni un classico moderno al pari della sfogliatella. Anche la pasta sta vivendo una nuova giovinezza in versione street food, con porzioni take-away che ricordano le antiche abitudini dei maccheroni mangiati con le mani nel Settecento.
Quale Futuro per il Cibo a Napoli?
Il Napoli si trova a un bivio. Da un lato c’è la tutela di un patrimonio gastronomico immenso, fatto di ricette povere e sapienza artigiana; dall’altro la pressione di un turismo “mordi e fuggi” che rischia di svuotare di significato l’esperienza culinaria.
Per i produttori di cibo ei professionisti del settore, la sfida è mantenere alta l’asticella della qualità, evitando che la narrazione del cibo napoletano si riduca a uno stereotipo folcloristico. Perché, come insegna la storia del brodo di polpo o della pizza fritta, dietro ogni morso c’è la storia di un popolo che ha saputo trasformare la fame in cultura.
